I rischi dell’informazione
Lo stato di salute dell’informazione si fa sempre più preoccupante: non soltanto per la qualità, la completezza, la veridicità delle notizie che vengono divulgate, ma anche per le condizioni oggettive in cui tali notizie vengono raccolte, verificate e diffuse.
L’informazione si fa rischiosa non soltanto per le conseguenze che genera nel momento in cui viene divulgata o per le riflessioni che suscita una volta giunta a destinazione: l’informazione diventa pericolosa ben prima di concretizzarsi, laddove gli eventi la invocano e gli uomini la soffocano.
Giornalisti sotto tiro
L’organizzazione non governativa “Presse emblème campagne” denuncia episodi di allarmante violenza nei confronti dei giornalisti e in generale dei mezzi di informazione: nei primi sei mesi del 2010, 59 giornalisti sono stati uccisi in relazione alla loro professione e al tentativo di portare a termine il proprio compito nel modo che ritenevano più degno.
Cinquantanove giornalisti messi a tacere in Paesi dove l’informazione si configura come strumento di potere e controllo più che altrove; molti di più perseguitati, minacciati, messi a tacere, costretti alla resa, indotti alla fuga.
In testa alla classifica dei Paesi dove i rischi sono più elevati il Messico (che vanta un record di 9 vittime in soli 6 mesi), l’Honduras (con 8 voci zittite), il Pakistan (con 6 giornalisti eliminati), la Nigeria e le Filippine (4 persone in meno a divulgare le brutture della realtà). E poi a seguire Paesi sparsi in ogni angolo di mondo: Russia, Colombia, Iraq, Nepal, Venezuela, Afghanistan e tanti altri, compresa l’“insospettabile” Grecia dove nello scorso mese di luglio un radio giornalista è stato assassinato davanti alla sua abitazione.
Emblematico il caso della Somalia, dove gli attacchi diretti ai giornalisti si configurano non più come il doloroso effetto collaterale di una situazione politica estremamente tesa, ma piuttosto come uno strumento lucido, sistematico e consapevole di controllo e limitazione del giornalismo indipendente.
Facciamo un passo indietro. Nel 1991, alla caduta del governo di Siad Barre, la Somalia è diventata teatro di uno scontro armato sanguinoso tra diversi attori: il governo federale di transizione (Tfg) da una parte, che gode dell’appoggio delle forze internazionali e della Missione dell’Unione Africana, ma che controlla solo una piccola parte di Mogadiscio, e una serie di gruppi armati di matrice islamica (2 dei quali, al-Shabab e Hizbul Islam, si configurano come i più grandi e meglio organizzati) che controllano il centro e il sud del Paese, impegnati a far la guerra al Tfg e a combattersi tra loro.
Il bilancio di questi 20 anni di conflitto ininterrotto parla di collasso delle istituzioni, di instabilità politica e di malessere civile, in un panorama di confusione generale legata al nascere e morire continuo di alleanze e scissioni, oltre che, naturalmente, di vittime e pesanti restrizioni alla libertà di espressione e informazione.
Se nel periodo 2005-2006 si erano intravisti spiragli di distensione grazie alla creazione e diffusione di nuove vie di comunicazione (canali tv, stazioni radio, testate giornalistiche, siti web), a partire dalla fine del 2007 si è invece registrato un deciso cambio di direzione: nuove leggi infarcite di restrizioni, limitazioni e regolamentazioni volte al controllo e alla censura, e soprattutto un allarmante crescendo di intimidazioni e persecuzioni ai danni dei giornalisti, zittiti a mezzo di minacce, detenzioni arbitrarie, persecuzioni.
Paradossalmente le parti in conflitto si trovano alleate sul fronte della lotta alla libera informazione: se da un parte i gruppi armati minacciano e uccidono i giornalisti, dall’altra, in identica maniera, il Tfg li perseguita e li censura.
E così dalla fine del 2007 la Somalia in guerra conta 9 giornalisti uccisi, molti di più minacciati e arrestati, almeno 50 costretti a lasciare il loro Paese per preservare i diritti essenziali alla sopravvivenza e alla incolumità. Sullo sfondo di un conflitto così articolato, confuso e non raccontato, le organizzazioni umanitarie stentano a svolgere il proprio ruolo e, pur di continuare a fornire le più elementari forme di assistenza e soccorso, tacciono, esse stesse, i soprusi e le violazioni di cui sono testimoni. Nel contempo la “Carta africana sui diritti umani e dei popoli” (sottoscritta dalla stessa Somalia) e il suo articolo 9 sulla libertà di espressione giacciono dimenticati in attesa di nuova informazione.
Amnesty chiede il rispetto della libertà di espressione
Da anni ormai Amnesty International denuncia il sistematico tentativo di soffocare il giornalismo indipendente da parte tanto del governo quanto dei gruppi armati somali: già un rapporto del 2008 (“Somalia: giornalisti sotto attacco”) raccontava i casi di intimidazioni e violenza ai danni di giornalisti, dando loro un nome, un volto, un contesto, una storia di sopruso.
Ancora nel 2010, in concomitanza con la Giornata dei diritti umani dei somali, Amnesty ha reso pubblico un documento dal titolo “Notizie difficili: le vite dei giornalisti in pericolo in Somalia”: attraverso la voce di Michelle Kagari, vicedirettrice del Programma Africa di AI, si raccontano le storie di ordinaria persecuzione che coinvolgono i giornalisti somali e impediscono al loro Paese di essere raccontato, svelato e aiutato.
Ancora una volta la denuncia e la divulgazione diventano il primo essenziale passo verso la presa di coscienza e l’assunzione di responsabilità: sulla traccia di questo percorso di giustizia, Amnesty chiede, anche per la Somalia, che le libertà essenziali di espressione e sopravvivenza (o ancora la libertà di sopravvivere anche per raccontare e pur raccontando) vengano rispettate e anzi protette e garantite, che le verità vengano svelate, le responsabilità chiarite e le colpe finalmente riconosciute e scontate.
Fonti
Sito: Amnesty International
http://www.amnesty.it/Somalia-giornalisti-sotto-attacco-a-causa-del-giro-di-vite-del-governo-sulla-stampa


