Amnesty International presenta il rapporto annuale 2010
Essere chiamati a rispondere: in un’aula di tribunale, al cospetto del proprio paese e soprattutto nei confronti dell’opinione pubblica. Essere chiamati a rispondere: di quello che si è fatto o non si è fatto o si è lasciato fare. Delle azioni che si sono intraprese, di quelle che non si sono impedite, dei torti che si sono perpetrati o che, con uguale carico di responsabilità e partecipazione, di quelli che si sono lasciati accadere.
È questo il concetto ripetuto con forza nel corso della presentazione del Rapporto Annuale 2010 di Amnesty, avvenuta in maggio a Roma con la partecipazione di Christine Weise, presidente della sezione italiana di AI, di Stefano Longhini, nominato da poco direttore di AI, e di personalità non direttamente collegate al mondo Amnesty eppure desiderose di dare il proprio contributo su un tema di cui, evidentemente, colgono l’importanza e la centralità.
Gli stessi principi sono stati, poi, ribaditi, nella successiva presentazione dal titolo “Il bisogno di giustizia globale” tenutasi venerdì 28 maggio a Milano presso l’Università Statale alla presenza di Andrea Matricardi, Presidente della Commissione Campagne di Amnesty International, e della professoressa Ilaria Viarengo, docente di “Tutela internazionale dei diritti umani” presso la stessa Università Statale di Milano.
Una mappa delle violazioni dei diritti umani nel mondo
Come ogni anno, Amnesty International ha condensato in un testo corposo e denso di spunti il lavoro di osservazione critica dei propri delegati sparsi per il mondo in tema di rispetto dei diritti umani nelle diverse aree del pianeta. O, meglio, di violazione, torto e sopruso.
Il Rapporto Annuale fornisce una panoramica completa e dettagliata delle situazioni di ingiustizia sociale e violenza collettiva ancora impunite o irrisolte, con indicazioni precise e circostanziate degli eventi che si sono verificati e delle conseguenze che ne sono scaturite. Segnala i torti e chiede con forza che questi vengano riconosciuti, giudicati e puniti così che, alla fine, le vittime possano essere risarcite sul piano morale e materiale e, come si diceva, i responsabili siano chiamati a rispondere. Evidenzia le lacune della giustizia internazionale con l’intento di sanare un presente profondamente doloroso e di porre le basi per un futuro più equo e sostenibile: le ingiustizie del presente e del passato chiedono chiarezza e risoluzione, ma soprattutto impongono misure e provvedimenti capaci di garantire che tale passato non si riproponga più. O per lo meno che lo faccia sempre meno e con sempre maggiore difficoltà.
I risultati della Corte Penale Internazionale
Il 2009 è stato un vero spartiacque: a 20 anni dalla costituzione della Corte Penale Internazionale (ICC) si sono finalmente evidenziati i frutti del lavoro di un organo di giustizia internazionale capace di intervenire laddove i singoli governi non soltanto non riescono a garantire giustizia ed equità, ma addirittura sono spesso essi stessi responsabili della violazione dei più elementari diritti sociali, economici e culturali o, peggio ancora, autori di crimini di guerra e contro l’umanità.
Il lavoro dell’ICC ha prodotto in primo luogo un mutamento culturale profondo evidenziando la cosiddetta “falla globale dell’impunità” e inquadrando finalmente i crimini di diritto internazionale per quello che realmente sono: reati gravi, non più semplicemente faccende politiche da sbrigare a livello locale per via diplomatica e, sovente, nell’indifferenza generale.
Sul piano pratico, l’ICC ha aperto indagini in svariate aree del mondo: in Africa, per esempio, con deferimenti relativi all’Uganda, alla Sierra Leone, alla Repubblica Democratica del Congo e alla Repubblica Centrafricana; in Asia con procedimenti relativi ad Afghanistan, Georgia e Cambogia; in America Latina con segnalazioni in Colombia, Uruguay e Argentina.
Si è finalmente dimostrato che governi e capi di stato possono e devono essere chiamati a rispondere delle loro azioni criminali, pagandone le conseguenze laddove se ne riconosca la colpevolezza: e così, per la prima volta, il capo di stato del Sudan, Al Bashir, è stato raggiunto da un mandato di arresto per cinque imputazioni relative a crimini contro l’umanità e due imputazioni per crimini di guerra. Allo stesso modo l’ex presidente peruviano Alberto Fujimori è stato condannato in relazione alla politica del terrore attuata negli anni novanta (con i sequestri, le torture, gli assassinii che ne seguirono) e la polizia argentina è stata messa sotto processo per le sparizioni forzate e gli omicidi compiuti nel periodo del governo militare dei primi anni ottanta.
Ancora: in Cambogia uno dei più truci comandanti dei khmer rossi è arrivato in un’aula di tribunale per rispondere dei crimini di guerra e contro l’umanità commessi trent’anni prima. Molto più vicino a casa nostra, nel novembre 2009 un tribunale italiano ha condannato 22 agenti della Cia, un funzionario americano e 2 agenti italiani in relazione al loro coinvolgimento nel sequestro di Abu Omar nel settembre 2003 a Milano.
Politicizzazione della giustizia
La giustizia procede lentamente e con fatica, ma finalmente arriva negli angoli più remoti del pianeta portando all’attenzione dell’opinione pubblica i reati ancora impuniti e dimostrando con forza che solo la ricerca della verità e il riconoscimento delle responsabilità possono riconciliarci con il nostro presente. Tanta strada è stata percorsa in questi 20 anni di indagini e appelli, eppure tante e pesanti sono le difficoltà ancora da superare.
Primo fra tutti l’ostacolo enorme connesso alla politicizzazione della giustizia: la convinzione radicata nello stile di governo degli stati più potenti che la legge si possa manipolare secondo i dettami delle agende politiche; l’idea diffusa e distorta che la giustizia si possa amministrare
in funzione di alleanze, rivalità, pressioni internazionali e interessi locali; il frutto degenere della peggiore forma di solidarietà che tutela gli interessi degli stati o delle singole regioni a spese dei diritti delle popolazioni che le abitano.
La trasparenza in termini di giustizia internazionale chiama tutti i governi, anche i più potenti, a rendere conto del proprio operato eppure, in virtù di una presunta loro autonomia decisionale, alcuni vi si sottraggono ancora. Solo 12 dei 20 stati del G20 hanno ratificato lo statuto dell’ICC e tra i grandi assenti si contano gli Stati Uniti, la Cina, l’India, l’Indonesia, la Russia e la Turchia: questa discontinuità della vigilanza internazionale produce ampie zone d’ombra e, di fatto, rende
i criminali “viaggiatori liberi”, con la complicità dichiarata o involontaria degli stati che si chiamano fuori dalle responsabilità internazionali.
Violazione dei diritti sociali, economici e culturali
Il secondo ostacolo è di carattere culturale, radicato nella morale e nella logica comuni, e per questo forse ancora più difficile da evidenziare e rimuovere: se i crimini di guerra, le stragi e i rapimenti suscitano sconcerto e raccapriccio, il venir meno dei diritti sociali, economici e culturali è un male strisciante e sotterraneo, meno truce e per questo forse più tollerabile.
Le violazioni del diritto alla salute, all’educazione, all’alloggio, a una vita dignitosa diventano reati minori e di secondo ordine che possono, eventualmente, aspettare una naturale soluzione oppure non trovarla mai. Senza considerare che povertà e bisogno generano paura, degrado sociale e impoverimento morale. La grande rivoluzione operata dall’ICC si è realizzata proprio attraverso il riconoscimento di tali diritti come essenziali e della loro violazione come di un reato inaccettabile e perseguibile. In questo ambito, in Nigeria, con una decisione storica, per la prima volta nel 2009 si è elevato il diritto all’educazione da semplice orientamento di politica interna a “diritto legale e umano” e come tale lo si è reso inalienabile.
Il terzo ostacolo è inevitabilmente di natura monetaria: gli interessi economici si fanno globali senza che diventi globale anche il sistema legislativo; le compagnie multinazionali proliferano in un contesto di scarsa chiarezza, scarsissimo controllo e frequente insabbiamento delle responsabilità. Un esempio su tutti, la catastrofe di Bhopal: migliaia di morti e di contaminati nel 1984, ancora nessun responsabile nel 2010.
Il percorso da seguire: gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio
Con lo sguardo rivolto al futuro i leader dei paesi UN si incontreranno nel mese di settembre per fare il punto sui cosiddetti Obiettivi di Sviluppo del Millennio (MDG), per delineare il percorso da seguire e i passi da compiere.
Oggi i numeri parlano di grandi assenti a livello di partecipazione internazionale e di grandi soprusi in vaste aree del pianeta: di torture e maltrattamenti, di repressioni e censure, di incarcerazioni illegittime e processi iniqui.
Il Rapporto Annuale descrive un’Europa che si fa vanto della propria reputazione in termini di tutela dei diritti umani e che, pure, affronta ancora evidenti difficoltà di applicazione dei trattati internazionali nelle realtà nazionali; i delegati AI, che hanno visitato il nostro paese in tre diverse occasioni nel corso del 2009, ci restituiscono un’Italia che ancora fa i conti con problemi relativi all’accoglienza dei migranti, alla convivenza con i rom, alle condizioni di detenzione, in generale
all’esercizio equo dell’autorità giudiziaria.
Il traguardo finale resta la liberazione dei popoli del mondo dalla povertà e dunque dal bisogno e dunque dalla paura; le tappe di avvicinamento presuppongono il coinvolgimento dei singoli, il controllo sui governi, il riconoscimento dei diritti, la chiarezza sulle responsabilità.
Fonte: Amnesty.it


Articolo molto interessante, il rapporto si puo’ consultare su questo sito.
Grazie