È il luglio del 1995. Manca poco alla fine delle guerre che dal 1991 insanguinano l’ex Jugoslavia e tra le colline bosniache, circondata dalle forze serbo-bosniache, c’è una piccola cittadina musulmana di nome Srebrenica.
L’11 luglio, dopo un’offensiva di alcuni giorni, l’esercito serbo-bosniaco guidato da Rakto Mladić riesce a entrare nella città e, seguendo l’ordine dell’ex presidente serbo-bosniaco Radovan Karadžić, fa di Srebrenica un luogo di completa e totale disperazione: le case e le moschee vengono distrutte, le terre bruciate, le donne violentate e gli uomini vengono portati via e poi barbaramente trucidati. Nel giro di pochi giorni oltre 8.000 musulmani vengono trucidati dai serbo-bosniaci. (NdR. In effetti l’11 è un giorno simbolico: il dramma comincia l’8 e finisce il 12).Il Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia ha stabilito che il massacro di Srebrenica fu un vero e proprio genocidio e ha condannato la maggior parte degli ufficiali serbi responsabili del massacro, a eccezione di Mladić, ancora latitante.
Eppure, di fronte alle alte pronunce della giustizia penale internazionale, la sensazione è che le vittime non abbiano ancora avuto davvero giustizia, tanto che proprio Amnesty International, il 9 luglio scorso, pochi giorni prima della Giornata della Memoria per Srebrenica voluta dal Parlamento Europeo, ha evidenziato la necessità di adottare misure più efficaci per identificare tutte le persone scomparse e per garantire giustizia alle vittime.
Sono infatti ancora moltissime le vittime non ancora identificate, così come le persone scomparse in quei giorni terribili di cui i familiari non hanno più saputo nulla e per le quali chiedono una verità.
Ma soprattutto poco o nulla si sa delle responsabilità dell’ONU. Perché a Srebrenica l’ONU c’era. Fin dal 1993 la città era stata posta sotto il controllo delle Forze di Protezione delle Nazioni Unite e in particolare dei Caschi Blu olandesi. La gente di Srebrenica si fidava di loro. Eppure in quei giorni l’Onu non ha saputo intervenire in maniera efficace.
(NdR.: Ritardi, richieste di intervento non ottemperate, difficoltà di comunicazione che di fatto impedirono un intervento rapido ed efficace capace di fermare il massacro. Non si può escludere peraltro l’ipotesi che dietro quei tragici avvenimenti ci fossero disegni politici ben precisi. Secondo la tesi più atroce, la sopravvivenza dell’enclave musulmana agli occhi dei governi occidentali avrebbe reso più difficile il raggiungimento di un accordo per la spartizione territoriale.)
Gli interrogativi sono tanti ma probabilmente rimarranno sempre senza risposte.
Nell’ottobre 1999 lo stesso Kofi Annan ammise le responsabilità delle Nazioni Unite, ma al di là delle scuse e delle ammissioni ufficiali l’ONU non si può portare in giudizio. Nel giugno del 2008 “Le madri di Srebrenica”, l’associazione che raggruppa i parenti delle vittime del massacro, hanno citato in giudizio davanti a un tribunale olandese le Nazioni Unite chiedendo il risarcimento dei danni subiti in seguito alla perdita dei loro congiunti.
Il 30 marzo scorso una corte d’appello olandese, confermando quanto già stabilito in primo grado, ha respinto il ricorso affermando, sulla base dello Statuto delle Nazioni Unite e della Convenzione sui privilegi e le immunità delle Nazioni Unite, che esse godono dell’immunità davanti alle giurisdizioni degli Stati parte.
Le debolezze, gli insuccessi e i fallimenti delle Nazioni Unite non sono certo una novità, ma che proprio l’ONU, nato in un mondo in cui si chiedeva che l’orrore del genocidio non accadesse mai più, non sia riuscito a impedire quello che è stato definito il più grave genocidio del secondo dopoguerra, è forse il fallimento peggiore, che apre alla terribile eventualità che ci possa sempre essere una nuova Srebrenica davanti alla quale l’ONU resterà nuovamente a guardare.
Fonti e altre informazioni:
“Srebrenica, 15 anni dopo: le vittime attendono ancora giustizia” AI


questa analisi ,secca e precisa,serve più di molte lacrimose parole.La commozione non può essere un mezzo.Soltanto la lucidità può indurre alla ragione. Brava Marcella.Scrivi ancora.